Attenzione

Quanto è importante nella nostra vita?

È una delle cose che ci viene chiesta più spesso.

“Stai attento.”
“Fai attenzione.”
“Presta attenzione.”

Ma quanto ci fermiamo davvero a pensare a che cosa significhi prestare attenzione?

L’attenzione sembra qualcosa di semplice. In realtà può cambiare profondamente il modo in cui viviamo una situazione.

Possiamo essere nello stesso posto, con le stesse persone e davanti allo stesso evento, ma vivere esperienze molto diverse a seconda di dove si trova la nostra attenzione.

Quando siamo attenti possiamo accorgerci di qualcosa che altrimenti ci sfuggirebbe: una parola, un’emozione, un errore, un segnale del corpo, una possibilità.

Quando invece l’attenzione viene catturata continuamente da altro, possiamo trovarci a reagire a ciò che accade senza esserci quasi accorti di come ci siamo arrivati.

L’attenzione non determina da sola ciò che accade. Può però contribuire a determinare ciò che riusciamo a vedere, comprendere e, a volte, il modo in cui scegliamo di rispondere.

Quando l'attenzione c'è, ci siamo

Quando l’attenzione è presente, ci siamo.

Siamo qui, in questo momento, con quello che sta accadendo.

Questo non significa che ciò che accade ci piaccia. Possiamo essere arrabbiati, preoccupati, tristi o avere pensieri difficili. Ma possiamo esserci anche dentro tutto questo.

Quando invece l’attenzione viene catturata dai pensieri, possiamo ritrovarci continuamente nel passato — in ciò che è accaduto, nei ricordi, in quello che avremmo voluto fosse diverso — oppure nel futuro, che ancora non c’è, con le nostre preoccupazioni, aspettative e speranze.

Il passato esiste nei nostri pensieri. Il futuro esiste nelle nostre anticipazioni. La nostra esperienza, invece, accade sempre adesso.

Forse è anche per questo che nella mindfulness si parla tanto di momento presente.

L'attenzione nella vita di tutti i giorni

Ci accorgiamo di quanto sia importante soprattutto quando viene meno, quando si sposta o quando viene catturata da qualcosa.

È lì che possiamo iniziare a vedere quanto il modo in cui prestiamo attenzione influenzi quello che facciamo, quello che pensiamo e il modo in cui reagiamo.

Alcune situazioni sono particolarmente familiari.

Nel lavoro

So che devo finire quel lavoro entro una certa data e non so se riuscirò. È importante e continuo a pensarci anche quando sto facendo altro.

Oppure so che dovrò lavorare con una persona con cui faccio fatica, o che ogni volta che parla riesce a farmi arrabbiare.

Il lavoro deve ancora essere consegnato. Quella persona non è ancora entrata nella stanza. Eppure qualcosa dentro di noi è già lì.

Possiamo ritrovarci a vivere una situazione prima ancora che accada, oppure continuare a viverla anche quando è già finita.

Essere nel momento presente non significa che il problema scompare o che quella persona improvvisamente ci diventa simpatica.

Significa poter riconoscere: questo è ciò che sta accadendo adesso, questo è ciò che sto pensando, questo è ciò che sto provando.

E forse posso scoprire anche che posso “stare” dentro questa condizione, anche quando è un po’ spiacevole, senza doverla immediatamente cambiare o da essa fuggire.

In famiglia

I figli fanno i figli. Mettono alla prova la pazienza, discutono, fanno quello che avevamo appena detto loro di non fare.

E poi c’è lo smartphone.

“Ancora cinque minuti.”
“Hai già giocato abbastanza.”
“Adesso basta.”

Lo sappiamo: prima o poi bisogna spegnerlo. Ma arriva un momento in cui, dopo l’ennesima discussione, lasciamo perdere. Anche perché altrimenti ci saltano i nervi.

In situazioni come queste possiamo accorgerci di quanto facilmente l’attenzione venga catturata dalla rabbia, dalla stanchezza, dalla preoccupazione o dalla sensazione di non riuscire a farci ascoltare.

A quel punto non stiamo più soltanto affrontando ciò che sta succedendo. Stiamo anche reagendo a tutto quello che si è accumulato prima.

Essere presenti non significa diventare improvvisamente genitori pazienti e imperturbabili.

Significa poter riconoscere, mentre la situazione sta accadendo: sono stanco, mi sto arrabbiando, sto per reagire.

Accorgersene non risolve automaticamente il problema. Ma può cambiare il modo in cui entriamo dentro quel momento.

Nella relazione

Ci sono cose che il nostro partner fa che, prima o poi, impariamo a conoscere molto bene.

Il modo in cui lascia le cose in giro.
Il modo in cui risponde quando gli chiediamo qualcosa.
Il fatto che arrivi sempre in ritardo.
Quel tono di voce che, appena lo sentiamo, ci fa già pensare: “Ecco, ricominciamo.”

A volte basta una piccola cosa per far partire un’irritazione che sembra molto più grande di quello che sta succedendo in quel momento.

Non stiamo reagendo soltanto a ciò che è appena accaduto. Stiamo reagendo anche a tutte le volte in cui è già accaduto.

E così può succedere che, mentre l’altra persona sta ancora parlando, noi siamo già dentro la nostra risposta, nella rabbia o nel risentimento.

Essere presenti non significa non provare irritazione, né far finta che quella cosa non ci dia fastidio.

Significa poter accorgersi che ci stiamo irritando mentre succede.

E forse scoprire anche che possiamo “stare” in quella condizione, anche quando è un po’ spiacevole, senza dover reagire immediatamente.

A scuola

“State attenti.”

È probabilmente una delle frasi che gli studenti sentono più spesso.

Ma l’attenzione non si accende semplicemente perché qualcuno ce la chiede. Possiamo riuscirci per un tempo limitato, ma mantenerla richiede una facoltà che, come tutte le facoltà, può essere allenata.

Può succedere durante una lezione, mentre si studia o durante un’interrogazione: il corpo è lì, ma la mente è già altrove. Oppure siamo davanti a un esercizio e continuiamo a rileggerlo senza accorgerci che stiamo pensando a tutt’altro.

Accorgersi che l’attenzione si è spostata e imparare a riportarla a ciò che stiamo facendo è già una forma di allenamento.

Quando non accettiamo ciò che accade

“Non accetto che mi si parli così.”
“Non accetto che faccia sempre così.”
“Non è possibile che sia successo proprio questo.”
“Non dovrebbe essere così.”

Sono pensieri che tutti, prima o poi, abbiamo avuto.

E spesso hanno una ragione: qualcosa ci ha ferito, irritato, deluso o spaventato.

Ma può essere interessante osservare che, quando qualcosa non corrisponde a come vorremmo che fosse, la nostra reazione può diventare molto intensa.

La non accettazione può alimentare la tensione e portarci rapidamente a reagire.

Non accettare ciò che accade non significa cambiarlo. A volte significa soltanto aggiungere una seconda sofferenza a ciò che già c’è.

La pratica può aiutarci a riconoscere questo passaggio mentre sta accadendo: non mi piace quello che sta succedendo, non lo vorrei così, e mi sto accorgendo di quanto sto reagendo.

Non significa essere d’accordo. Significa vedere con maggiore chiarezza ciò che sta accadendo dentro di noi.